mercoledì, 19 marzo 2008
Contro gli OGM, per i prodotti agroalimentari di qualità (di Maurizio Foresta)

da www.terradimezzocrotone.org

L’argomento OGM (organismi geneticamente modificati) è uno di quegli argomenti che mi sta molto a cuore e che penso sia davvero degno di un approfondimento particolare. La mia posizione personale è sostanzialmente contraria all’utilizzo del cosiddetto “transgenico” per i nostri prodotti agroalimentari, e in passato, ho anche manifestato pubblicamente la mia avversità aderendo alla Coalizione Nazionale “Liberi da OGM”, una sorta di comitato trasversale che ha agito su tutto il territorio nazionale raccogliendo oltre tre milioni e mezzo di firme sul tema “Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da OGM?”. Una consultazione volta ad ottenere che il nostro paese venga dichiarato “libero dagli OGM”, nonostante alcune recenti “disposizioni europee” che hanno suscitato molto sconcerto, e che ha riscosso un notevole successo dimostrando come una grossa parte degli italiani intendano continuare a mangiare bene e sano!
Aldilà, comunque, della propria posizione personale, quando si parla di OGM ci si riferisce a qualcosa che tocca le nostre vite, da vicino. Si sta parlando del futuro, infatti, della nostra agricoltura e della nostra alimentazione, della salute umana, di ambiente e di sovranità alimentare, di business e di tecnologia, di scienza e democrazia.
Ogni forma di vita sul pianeta è caratterizzata dal fatto che si riproduce, dando origine a nuove generazioni di individui che hanno tutte le caratteristiche dei genitori. Nelle piante come negli animali, due organismi adulti, uno maschile e uno femminile, si uniscono e formano un piccolo semino dal quale si svilupperà un nuovo individuo adulto. Come è possibile che da una sola cellula uovo fecondata, o da un seme, si sviluppino poi gli alberi, i fiori, i pesci, gli uccelli e tutti gli animali, le persone, con tutta la loro diversità di caratteristiche, e gli organi e le funzioni che conosciamo? Il segreto sta racchiuso in una piccola molecola che è nascosta nel nucleo di tutte le cellule: il DNA. Al grande entusiasmo che ha accolto la scoperta, piuttosto recente, di questo DNA, si è contrapposta la consapevolezza che questa non stata comunque in grado di spianare la strada alla comprensione del segreto della vita. Quando si parla, inoltre, di OGM e di organismi transgenici, ovvero di organismi modificati geneticamente grazie all’inserimento di geni esogeni che vanno ad agire sulla struttura del DNA stesso, dovremmo considerare che le specie viventi non sono solo un'espressione visibile del DNA nascosto nelle loro cellule, ma, soprattutto, il risultato di un tempo lunghissimo di evoluzione e adattamento agli ambienti, avviato con la comparsa della vita su questo pianeta, detto anche biosfera.
Anche noi apparteniamo alla biosfera, e da quando esiste, la nostra specie si è a sua volta adattata ai diversi ambienti, che con le sue azioni ha contribuito a trasformare. In particolare, da quando ha cominciato a costruire case, allevare animali, e specialmente a coltivare la terra l'uomo ha creato degli spazi in cui la varietà di specie si è modificata, e con l'agricoltura ha anche contribuito, non poco, a dare origine a specie nuove, selezionando semi di piante particolari e figli di animali con caratteristiche speciali, stando attento a quali di questi nuovi individui si adattava meglio ai diversi posti in cui venivano piantati e allevati. I risultati di queste selezioni sono spettacolari, e non a caso, il verbo addomesticare si usa sia per gli animali sia per le piante: come dal lupo discende il cane, e il passaggio ha richiesto circa cinquemila generazioni per portare alla prima specie animale addomesticata, così dal grano selvatico, i cui semi cadono al suolo quando è maturo, discende quello che conosciamo, con delle grosse e pesanti spighe che restano appese a uno stelo sottile in attesa del raccolto.
Con l'avvento del modello produttivo industriale si è preteso di assimilare la produzione agricola a quella di una fabbrica, ottimizzando la produzione in funzione del solo profitto economico della vendita dei raccolti o dei prodotti trasformati. Siccome i costi di produzione sono minori se il lavoro da fare è ripetitivo e automatico, si è cercato di estendere ed omogeneizzare le aree coltivate, per renderle lavorabili con macchine sempre più grandi e veloci, riducendo il tempo e il personale necessario. Questo processo ha subìto una spinta gigantesca a partire dall'inizio del ventesimo secolo, e in pochi decenni ha causato un cambiamento così radicale dell'agricoltura, che oggi lo si chiama comunemente “rivoluzione verde”. Da piccoli campi agricoli, circondati da zone a riposo o selvatiche con una buona diversità animale e vegetale, si è passati a delle grandi monocolture. Si sono sviluppate sostanze capaci di nutrire le piante anche sui suoli più sterili, si è cercato di ridurre la diversità a vantaggio di specie facili da omogeneizzare e sincronizzare, per avere raccolti massicci e con-centrati, poterli trasportare in grossi camion, trattare e trasformare in grossi impianti. Così, industrializzando la produzione, la trasformazione e la commercializzazione, si è riusciti ad aumentare tantissimo la produzione e a ridurre i costi, dando vita al mercato mondiale delle derrate alimentari, con una concorrenza sempre più agguerrita, che ha continuato a spingere il processo per ridurre ancora i costi e raggiungere prezzi finali sempre più bassi. A farne le spese, ovviamente, sono stati i piccoli produttori di tutto il mondo, soprattutto quelli che per mancanza di fondi da investire, di credito, di accesso alla tecnologia o al mercato sono stati spiazzati dalla concorrenza di prodotti che, magari dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri, arrivano sui loro mercati con prezzi bassissimi.
L’agricoltura industriale ignora, in pratica, le caratteristiche dell’ecosistema e pretende che sia l’industria a fornire tutti gli elementi necessari per lo sviluppo della pianta (protezione da insetti e virus, fertilizzanti, riduzione di erbacce). Gli OGM nascono all’interno dello stesso paradigma industriale: si continua ad ignorare, erroneamente, l’ecosistema e a fornire alla pianta tutto quello di cui necessita. Come nell’agricoltura industriale, le piante oggetto di “miglioramento” sono state soprattutto quelle che garantiscono una produzione estensiva, come mais, soia, cotone. La differenza è che non si agisce più solamente sull’ambiente esterno attraverso l’irrorazione di sostanze chimiche, ma anche su quello interno, attraverso la modificazione del codice genetico della pianta stessa.
Gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) non sono facilmente riconoscibili rispetto alle controparti naturali. Infatti, un mais geneticamente modificato non è distinguibile, ad occhio nudo, da un mais convenzionale. Ciò che lo differenzia sono i geni estranei (transgeni) che gli vengono aggiunti attraverso le tecniche dell’ingegneria genetica. Gli Organismi Geneticamente Modificati possono essere chiamati anche Organismi Transgenici o Chimere.
Uno dei campi di applicazione più sensibili è quello degli OGM in agricoltura.
In questo campo i biotecnologi si sono dati da fare abbastanza presto, ottenendo nuove specie da sperimentare per poi metterle in produzione, e quindi sul mercato. Il passaggio dal laboratorio al campo è avvenuto senza che sia stato possibile valutare l’impatto di un prodotto tecnologico il cui controllo sfugge agli stessi ideatori. In pratica, dopo aver fatto l'OGM nemmeno il produttore sa esattamente cos'ha per le mani. Gli effetti non intenzionali si registrano praticamente in tutte le piante OGM. Alcune patate transgeniche, ad esempio, hanno rivelato differenze inattese nell'aspetto, nella produzione, nel contenuto di alcune sostanze, con possibili conseguenze su insetti ignorati dalla sperimentazione, e sul fronte nutritivo sia per l'uomo che per gli animali. E gli esempi potrebbero essere numerosi, dal mais al riso, dalle rape alla soia, e via dicendo.
Dalla ricerca alla commercializzazione il passo in alcuni paesi è stato molto breve, al punto che oggi esistono superfici enormi degli Stati Uniti, del Canada, dell’Argentina e della Cina coltivate con queste piante, destinate sia alla produzione di mangimi che all'alimentazione umana. In Europa c'è invece una forte resistenza alla loro introduzione, per cui fino ad oggi pochi paesi hanno avviato sperimentazioni in campo, su superfici non molto grandi. Assieme alle superfici coltivate con OGM, negli anni è cresciuta la preoccupazione prima, e la contestazione poi di diversi scienziati, associazioni di consumatori e movimenti ambientalisti.
Perché, cosa c'è da stare attenti? Come spesso accade, chi si concentra su un aspetto solo di una faccenda complessa, perde di vista tutti gli altri. Così, mentre i biotecnologi avanzavano nella ricerca sul DNA e le grandi industrie diffondevano i nuovi semi, qualcuno ha cominciato a farsi domande su altri aspetti della faccenda. Alcuni scienziati hanno posto il problema della perdita di biodiversità. I dubbi sollevati sono diversi: se la biotecnologia permette di allevare piante resistenti agli erbicidi, con cui vengono irrorate, questi erbicidi finiranno per sterminare altre specie di piante (generalmente indicate come erbacce) con cui oggi esse convivono magari ai bordi dei campi coltivati, o tra i filari dei frutteti. E se queste “erbacce” scompaiono, scompariranno gli insetti che abitano fra le loro radici o sulle foglie, le farfalle e le api che mangiano il loro nettare, gli uccelli che mangiano quelle api e così a catena, portando ad un sostanziale impoverimento dell’habitat.
Ci sarà meno sostanza organica nel suolo, e meno microrganismi per decomporla e rendere il suolo fertile, per cui dovremo ricorrere sempre più a fertilizzanti chimici, avvelenando il terreno e le acque che filtrando nel suolo fluiscono verso le falde acquifere, e quindi alla fine anche i fiumi, i mari e tutti i loro abitanti, il nostro cibo, noi stessi. Insomma, un'agricoltura troppo affidata alla chimica e alla biotecnologia è esattamente il contrario dell'agricoltura sostenibile, integrata con l'ambiente, magari meno produttiva ma meno dannosa e meno costosa. E poi non è neanche detto che gli OGM siano più produttivi. Infatti, dopo un periodo iniziale di produzioni soddisfacenti, le aspettative sono state completamente deluse e la dipendenza dalle sostanze chimiche (pesticidi sempre più potenti) è notevolmente aumentata. Inoltre, le caratteristiche peculiari degli OGM non sempre sono stabili rispetto alla variabilità dell'ambiente, e ad eventi estremi come annate secche e simili.
Al termine di questa breve analisi penso si possa dunque affermare con certezza che gli OGM di per se’ non sono assolutamente convenienti per le imprese agri cole occidentali (dato che a lungo termine non garantiscono produzioni migliori o minor dipendenza economica) e non di certo rappresentano una valida prospettiva per le agricolture più povere.
Dal giorno in cui è stato immesso sul mercato statunitense il primo prodotto transgenico (il pomodoro FlavrSavr), sono passati circa 15 anni. Da allora, le agrobiotecnologie sono state presentate come una scelta inevitabile per un’agricoltura moderna e globalizzata (per favorire il progresso, sconfiggere la fame nel Sud del mondo, aumentare i redditi degli agricoltori, diminuire i costi per la trasformazione industriale). In Europa, la crescente sensibilità dei cittadini per un’alimentazione sana e l’opposizione della società civile (ambientalisti, consumatori) e del mondo produttivo (agricoltori, trasformatori e distribuzione) rispetto ad una tecnologia che è potenzialmente in grado di mettere a rischio le risorse naturali, ha contribuito a costituire un mercato ostile al cibo biotecnologico e ad aprire nuovi spazi per i prodotti di qualità legati ad una specificità territoriale. Tuttavia, le istituzioni europee, e in particolare la Commissione, scardinando le regole basilari di un sistema europeo democraticamente eletto in cui la maggioranza dei cittadini si è più volte espressa per un’agricoltura “libera da Ogm”, hanno scelto di incamminarsi sulla strada tracciata dalle aziende transnazionali detentrici dei brevetti sugli Ogm, adducendo come pretesto che a tutti deve essere garantita la libertà di produrre e consumare, anche a quelli che optano per il transgenico. Ciò che la Commissione ha omesso di dire, però, è che la coltivazione di Ogm significa, di fatto, la contaminazione delle altre agricolture, e che quindi non è possibile far coesistere un prodotto che invade inevitabilmente spazi ad esso non destinati!
Coltivare Ogm significa, di fatto, ridurre la libertà di scelta di tutti i cittadini e dei soggetti economici che avrebbero voluto fare scelte di produzione e di consumo diverse. Per questo motivo in Europa più di 170 regioni, 3500 comuni ed altri enti locali, oltre a diverse decine di migliaia di contadini e produttori di alimenti hanno costituito la rete delle “Regioni Ogm-free”, formalizzando il proprio impegno a non permettere l'uso di prodotti e sementi transgeniche nei campi e nel cibo dei loro territori.
In difesa dei prodotti naturali, sani e sicuri e affinché sulla nostra tavola giungano solo e unicamente prodotti di questo genere!


Scritto da: danielecaroleo alle ore 23:11 | link | commenti (1) | categoria: documenti, ogm
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